Giovanni Falcone

IL RICORDO DI GIOVANNI FALCONE

di Daniele Mariotto

IL RICORDO DI GIOVANNI FALCONE E DEI MARTIRI DI CAPACI : UN 23 MAGGIO TRA COMMOZIONE DELLA MEMORIA, RETORICA FORMALE ED IPOCRISIE DEL PASSATO E DEL PRESENTE

Quell’incommensurabile voragine (paragonabile – per vastità e dimensioni – ad una sorta di cratere vulcanico) che – alle ore 17.58 del 23 maggio 1992 – ebbe ad estendersi (in conseguenza della deflagrazione di circa 1000 kg. di tritolo) per un intero tratto dell’Autostrada A29 all’altezza dello svincolo di Capaci – martoriando i corpi dell’uomo/simbolo della lotta alla mafia, della sua compagna Francesca e di 3 Agenti della scorta – è un’immagine che da 28 anni viene riproposta in ogni angolo del mondo accompagnandoci nel ricordo di un (ennesimo) tragico periodo –
colmo di aspetti oscuri ed inquietanti – della nostra storia più recente.
Al di là di ogni doveroso richiamo all’impegno civile contro qualsiasi forma di criminalità organizzata (ed in particolare nei confronti di una “piaga” secolare che affligge una delle zone più meravigliose del nostro territorio, contaminando patologicamente anche altre Regioni italiane ed allungando i propri tentacoli oltre i confini nazionali a detrimento dell’immagine stessa del nostro Paese – sulla base di pregiudizi e stereotipi negativi – nella “vulgata” mediatica internazionalmente prevalente), sarebbe utile ed opportuno che le più giovani generazioni divenissero consapevoli di quale fosse il contesto storico e politico in cui vennero póste le prenesse per l’organizzazione dell’eccidio di Capaci (e di quali furono i presupposti e le trame occulte che – ben prima di quel 23 maggio – contribuirono a determinare una progressiva delegittimazione della figura e del ruolo di Giovanni Falcone negli ultimi anni di vita, risultando prodromici ad un suo sostanziale isolamento nell’ambiente giudiziario e gettando le basi per il suo stesso assassinio).
Come in numerose altre vicende che hanno profondamente minato – nel secondo dopoguerra – le fondamenta di una libera convivenza democratica e le garanzie di tutela dei più elementari princìpi di legalità sul piano dei rapporti civili ed istituzionali, l’uccisione di Giovanni Falcone è un tragico evento tuttora offuscato da controversi ed oscuri retroscena: ed alcuni di questi torbidi aspetti riemergono e si ripropongono ancora oggi – con diverse modalità e sotto mentite spoglie – nell’allarmante attualità della quotidiana cronaca politica e giudiziaria (con riferimento agli equilibri interni all’ordine giudiziario ed ai rapporti tra Magistratura ed altri poteri dello Stato).
Quel 1992 fu l’anno che segnò repentinamente l’avvio della fase storica di passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica: il clamoroso arresto a Milano – il 17 febbraio – di Mario Chiesa (Presidente del “Pio Albergo Trivulzio”) diede inizio – con un incontenibile “effetto domino”, nei mesi successivi, di provvedimenti giudiziari e di carcerazione preventiva nei confronti di esponenti politici di primo piano – alle inchieste relative al fenomeno denominato “Tangentopoli”, mentre il 5 aprile dello stesso anno gli italiani vennero chiamati alle urne (sull’onda emotiva determinata dalle indagini delle varie Procure su vicende di diffusa corruzione nella vita pubblica) per il rinnovo del Parlamento a naturale scadenza di legislatura.
Conclusa l’esperienza elettorale (in cui venne sostanzialmente confermato il prevalere degli equilibri politici che avevano caratterizzato il precedente quinquennio, con qualche parziale ridimensionamento dei partiti coinvolti nella primissima fase delle inchieste giudiziarie in corso), ci si trovò di fronte alla scelta di Francesco Cossiga di dimettersi da Presidente della Repubblica con qualche mese di anticipo rispetto alla scadenza del mandato settennale previsto dalla Costituzione; nell’ultimo periodo di esercizio delle proprie funzioni presidenziali, Francesco Cossiga si era reso protagonista di aspre contrapposizioni polemiche (che avevano indotto gran parte dei “media” ad attribuirgli l’appellativo di “picconatore”) nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura, definito in più occasioni dallo stesso Cossiga come il principale ostacolo a qualsiasi opzione di riforma dell’Ordine giudiziario. L’ improvvisa assenza di un Capo dello Stato in carica – e nel pieno esercizio delle proprie funzioni – impediva la formazione di un nuovo Governo conseguente alle elezioni politiche appena svoltesi, in quanto ad un Presidente dimissionario la Costituzione non riconosce il diritto di affidare l’incarico ad un potenziale nuovo Premier “in pectore”.
Ed è in questa cornice istituzionale che viene organizzato l’attentato a Giovanni Falcone: convocate le Camere in seduta comune per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, dal 13 al 23 maggio – per ben 15 successive votazioni – le forze politiche non riescono a raggiungere un accordo in merito al nominativo di un candidato che possa ottenere un sufficiente consenso parlamentare per ascendere al Colle. Al 6° scrutinio Arnaldo Forlani (considerato il favorito per l’elezione al Quirinale) viene bocciato dai “franchi tiratori” della sua stessa maggioranza – nel segreto della votazione in Aula – quando gli mancano soltanto 29 schede favorevoli affinché possa essere il successore di Cossiga.
Ritiratosi Arnaldo Forlani dalla corsa presidenziale, viene ventilata dalla Democrazia Cristiana una possibile candidatura di Giulio Andreotti, i cui più fedeli sostenitori vengono in gran parte annoverati tra i “franchi tiratori” che hanno contribuito alla bocciatura di Forlani.
Molti anni più tardi verrà accertato che proprio i vertici di “Cosa Nostra” – “in primis” lo stesso Riina, pochi giorni prima dell’eccidio di Capaci – esercitarono pressioni su alcuni parlamentari di maggioranza affinché anche a Giulio Andreotti non fosse consentito di essere eletto alla Presidenza della Repubblica.
L’ assassinio di Giovanni Falcone avvenne dunque in un contesto sociale e politico dominato dall’ampliarsi irrefrenabile di indagini ed arresti per corruzione e tangenti, e soprattutto in un preciso momento nel quale l’Italia risultava priva – trascorsi quasi due mesi dalle elezioni – sia di un Governo che di un Capo dello Stato.
Con la strage di Capaci i vertici della “Cupola” (e segnatamente il clan corleonese guidato da Totò Riina) colpirono lo Stato – nei gangli vitali – proprio nel suo periodo di maggior debolezza (anche a causa della crescente disaffezione dell’opinione pubblica verso la classe politica per il dilagare delle inchieste su estesi fenomeni di malcostume e malaffare) dichiarando una vera e propria “guerra” alle Istituzioni che – nei mesi successivi (tra il luglio 1992 e l’estate 1993) – avrebbe raggiunto un ipotetico punto di non ritorno con l’ecatombe palermitana di via Mariano D’Amelio (assassinio di Paolo Borsellino e degli Agenti di scorta) e gli attentati – con ulteriori vittime tra cittadini inermi – a Firenze (Accademia dei Georgofili), a Roma (Basilica di San Giovanni in Laterano e Chiesa di San Giorgio al Velabro) e a Milano (Padiglione d’Arte Contemporanea).
Sul piano più propriamente politico, con l’eccidio di Capaci il gruppo corleonese ottenne ciò che Riina in prima persona aveva espressamente indicato come obiettivo più immediato: dopo 15 consecutivi scrutini dall’esito negativo – e di fronte alla grave emergenza democratica determinata dall’uccisione di Giovanni Falcone – il 25 maggio (due giorni dopo il massacro di Capaci) il Parlamento in seduta comune eleggeva, al 16mo scrutinio, Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale individuandone “in extremis” la candidatura come espressione di una soluzione istituzionale. Oscar Luigi Scalfaro era stato eletto, poche settimane prima, Presidente della Camera dei Deputati e la sua designazione a nuovo Capo dello Stato veniva rappresentata come un segnale di continuità nel quadro politico conseguente alle elezioni del 5 aprile e nei rinnovati equilibri di potere che queste ultime avevano sancito.
Riina aveva raggiunto l’obiettivo di ostacolare ed impedire la candidatura al Quirinale di Giulio Andreotti e da quel momento lo Stato – umiliato e ridotto in ginocchio dalla violenta strategia di destabilizzazione intrapresa da “Cosa Nostra” – cedette probabilmente alla tentazione di avviare (tramite alcuni importanti settori dei propri apparati di sicurezza) una trattativa con i vertici della criminalità mafiosa allo scopo di porre fine alla lunga scia di attentati sanguinosi che ormai colpivano luoghi simbolici anche al di fuori del territorio siciliano.
Nonostante fosse considerato nel mondo l’uomo-cardine dell’impegno antimafia, negli ultimi anni di vita Giovanni Falcone fu destinatario di scelte e decisioni (dall’interno stesso dell’Ordine giudiziario ma anche da parte di ambienti politici) orientate a depotenziarne le funzioni ed a delegittimarne l’immagine ed il ruolo.
Ricostruiamo brevemente i fatti e le circost
anze:

  • il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura bocciò la candidatura di Giovanni Falcone all’incarico di responsabile dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, designando a quella funzione – privilegiando nella scelta il criterio dell’anzianità di servizio – Antonino Meli;
  • poco tempo dopo, quando venne ipotizzata la possibile candidatura di Falcone a membro dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, l’ipotesi venne apertamente osteggiata negli ambienti giudiziari (in particolare nella realtà palermitana) e la candidatura non ebbe seguito;
  • quando Falcone ideò e propose (concluso, con pesanti condanne ai “boss” di “Cosa Nostra”, il maxi-processo di Palermo) la creazione di una Direzione Nazionale Antimafia – che egli stesso avrebbe dovuto guidare se l’attentato di Capaci non avesse pósto fine alla sua vita – un numero significativo di colleghi magistrati ebbe a dichiarare (in un documento ufficiale pubblicamente sottoscritto) che tale struttura avrebbe rappresentato un pericolo per le garanzie democratiche del cittadino;
  • il 26 febbraio 1992 (pochi mesi prima dell’eccidio di Capaci) la Commissione referente per gli incarichi direttivi del Consiglio Superiore della Magistratura designò Agostino Cordova (in luogo di Giovanni Falcone) a ricoprire le funzioni di Procuratore Nazionale Antimafia e soltanto il decisivo intervento del Ministro della Giustizia, Claudio Martelli (a cui spettava il “nulla-osta” definitivo, e che espresse il proprio parere contrario), impedì che la nomina di Cordova venisse formalizzata e ratificata;
  • agli inizi degli anni ’90 Giovanni Falcone venne addirittura denunciato innanzi al Consiglio Superiore della Magistratura – per iniziativa di 3 parlamentari in carica, tra cui un esponente politico che ancora oggi ricopre un rilevante incarico istituzionale – in quanto fu accusato di “coprire”, tenendole chiuse nel cassetto, alcune scottanti verità che riguardavano omicidi “eccellenti” perpetrati dalla mafia a Palermo;
  • in tema di riforma dell’Ordinamento giudiziario Giovanni Falcone si dichiarò espressamente a favore di una separazione delle carriere tra Pubblico Ministero e Magistrato Giudicante, così come si pronunciò apertamente per l’abolizione del princípio di obbligatorietà dell’azione penale e per l’introduzione del princípio di responsabilità del Magistrato per dolo e colpa grave: ciò lo rese particolarmente inviso a molti suoi colleghi, che per questo motivo ebbero la determinazione di screditarlo anche sul piano dell’impegno antimafia;
  • quando Falcone accettò la proposta – rivoltagli dal Ministro della Giustizia, Claudio Martelli – di dirigere l’Ufficio Affari Penali presso il Dicastero in via Arenula, alcuni settori della Magistratura e del mondo politico lo accusarono di essere “fuggito” da Palermo abbandonando la trincea delle indagini giudiziarie su “Cosa Nostra” e sulle ramificazioni del fenomeno mafioso nella società siciliana e nelle dinamiche nodali dell’economia e della finanza in un contesto sia nazionale che internazionale;
  • quando il 21 giugno 1989 venne sventato un primo attentato che la mafia aveva predisposto nei confronti di Falcone – collocando 58 candelotti di esplosivo (del tipo “Brixia B5″) all’interno di un borsone sportivo sulla scogliera antistante la villa che lo stesso Falcone aveva affittato all’Addaura per il periodo estivo – vi fu chi (sia in settori dell’informazione che – ancora una volta – nell’ambito della stessa Magistratura) addirittura lo accusò apertamente di essersi preparato da solo un finto attentato alla propria vita, allo scopo di acquisire una rinnovata visibilità mediatica al cospetto dell’opinione pubblica e conferire nuovo lustro alla propria immagine; due Agenti di Polizia (Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, entrambi appartenenti al Servizio Segreto Civile/”Sisde”), che avevano probabilmente scoperto quali fossero i mandanti del fallito attentato all’Addaura, furono entrambi di lì a poco assassinati in circostanze misteriose (del secondo non si individuò mai il cadavere in quanto, stando ad alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia negli anni successivi, Emanuele Piazza venne strangolato – ed il suo corpo sciolto nell’acido – in un casolare isolato nella campagna palermitana).

Questi sono i dati storici oggettivi. E le trame, le manovre sotterranee, le lotte di potere nell’ambito dell’Ordinamento giudiziario – unitamente ai rapporti, spesso, tutt’altro che trasparenti tra Magistratura e settori del mondo politico – hanno attraversato decenni di storia italiana sino a permeare di sé le sconcertanti vicende di cui si sta occupando la cronaca quotidiana dei giorni nostri: la contrapposizione tra fazioni all’Interno del Consiglio Superiore della Magistratura, la volontà di condizionare e manipolare la dialettica democratica tra le varie forze politiche o la vocazione ad imporsi come potere superiore (al di là di ogni regola di garanzia o controllo da parte di autorità “terze”) sono a tutt’oggi la rappresentazione di una metastasi degenerativa che avvelena la credibilità stessa di chi adempie all’esercizio di funzioni giudiziarie (tra la miseria morale che emerge dal contenuto delle conversazioni intercettate, lo scambio di favori sottobanco con esponenti di altre pubbliche Istituzioni, le palesi violazioni del codice deontologico e le dimissioni in blocco da parte dei vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati).
Alcuni tra coloro che (magistrati, esponenti politici o rappresentanti delle Istituzioni) furono tra i principali artefici della delegittimazione di Giovanni Falcone negli ultimi anni di vita – osteggiandone ed umiliandone in più occasioni l’azione antimafia – si sono voluti anche quest’anno pubblicamente distinguere esprimendo una propria commossa testimonianza nel celebrarne il martirio.
Ed anche quest’anno, come in ogni precedente Anniversario commemorativo della strage di Capaci, dover prendere atto della loro ipocrisia e della loro cattiva coscienza ha costituito – alla luce delle verità storiche che ho inteso qui ricordare – un’esperienza assai poco edificante.

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